Giovane femmina di delfino nuota con una rete per un anno: uno studio raro dal Nord Adriatico

Morigenos ha fornito nuovi spunti sull’aggrovigliamento cronico dei delfini nelle attrezzature da pesca e sulle potenziali opzioni di intervento. Un nuovo studio pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Diseases of Aquatic Organisms descrive un caso raro ma istruttivo di una giovane femmina di delfino che ha trascorso più di un anno impigliata in un’attrezzatura da pesca nel Nord Adriatico. Lo studio, condotto in collaborazione tra l’associazione Morigenos e l’Istituto Veterinario Nazionale sloveno, fornisce importanti nuovi spunti per la gestione dei casi di impigliamento dei mammiferi marini e per le decisioni sui possibili interventi.
Uno studio multidisciplinare basato su un caso raro
Lo studio si è basato sul monitoraggio a lungo termine dell’animale e sulla successiva necropsia, offrendo agli scienziati una rara visione dei meccanismi e delle conseguenze dell’intrappolamento nelle reti da pesca. Morigenos  – società slovena dei mammiferi marini ha monitorato la giovane femmina, che all’epoca aveva circa un anno, nell’ambito di un monitoraggio sul campo a lungo termine; i ricercatori conoscevano già lei e sua madre da tempo. Durante una delle osservazioni, è stato notato che il delfino trasportava un pezzo di rete da pesca sul corpo. La rete era impigliata nella pinna dorsale e parte della corda era penetrata nel tessuto della pinna stessa. Le fotografie hanno mostrato che, a un certo punto, la rete si era incastrata anche sulla fronte, ma in seguito si era spezzata o staccata da sola. L’aggrovigliamento accidentale nelle attrezzature da pesca spesso provoca la morte immediata di balene e delfini, soprattutto nelle specie più piccole, ma in alcuni casi gli animali riescono a liberarsi con parti di rete o corda ancora  attaccate. Casi di questo tipo di impigliamento a lungo termine sono ben noti nelle grandi balene, ma sono descritti molto meno frequentemente nei delfini.
Nonostante il prolungato impigliamento durato oltre un anno, l’animale è rimasto in buone condizioni fisiche, indicando che l’evento non è necessariamente fatale in certi casi, pur rappresentando un rischio serio e a lungo termine. I ricercatori hanno monitorato le sue condizioni e i possibili sviluppi attraverso documentazione fotografica e osservazioni comportamentali. Sebbene la rete penetrasse sempre più a fondo nella pinna dorsale, l’animale si muoveva, si immergeva e si comportava in modo relativamente normale. I ricercatori hanno valutato che la situazione si sarebbe probabilmente risolta senza un intervento umano diretto, ma purtroppo la storia ha avuto un esito diverso.
Un anno dopo, il delfino è rimasto intrappolato in un’altra rete da pesca, che questa volta si è rivelata fatale. Presso l’Istituto Nazionale Veterinario della Facoltà di Medicina Veterinaria di Lubiana è stata eseguita una necroscopia approfondita, in collaborazione tra Morigenos e l’Istituto Nazionale Veterinario. Durante la necroscopia sono stati inoltre prelevati diversi campioni per ulteriori analisi diagnostiche. I risultati hanno confermato le buone condizioni fisiche dell’animale osservate in mare. È emerso inoltre che il secondo impigliamento era indipendente dal primo e che la situazione originale si sarebbe probabilmente risolta da sola.
E per quanto riguarda l’intervento?
A questo punto, molti si staranno probabilmente chiedendo: «Perché gli esperti non hanno aiutato l’animale durante tutto questo tempo?»
Dopo il primo avvistamento, i ricercatori hanno valutato attentamente le possibili opzioni di intervento, ma a causa di diverse limitazioni hanno deciso che l’intervento non rappresentava la scelta migliore. In base alla mobilità e al comportamento dell’animale, non era possibile avvicinarlo in sicurezza né rimuovere la rete a distanza, il che limitava significativamente le opzioni disponibili. Qualsiasi tentativo di cattura avrebbe potuto causare ulteriore stress, lesioni o persino la morte dell’animale. Poiché il piccolo dipendeva ancora dalla madre, un tentativo di cattura avrebbe potuto anche portare alla separazione della coppia o al ferimento di entrambi, rappresentando un rischio aggiuntivo inaccettabile sia per il piccolo che per la madre. Le osservazioni hanno mostrato che l’animale era mobile, in buone condizioni fisiche e chiaramente in grado di cacciare con successo, come dimostrato dalla sua sopravvivenza a lungo termine. Inoltre, sembrava possibile che la rete potesse fuoriuscire nuovamente dalla pinna dorsale, risolvendo il problema, poiché la rete sarebbe probabilmente caduta dall’animale. I ricercatori hanno quindi deciso che il monitoraggio continuo fosse l’opzione più sensata, valutando le probabilità di sopravvivenza come relativamente buone.
«Molte persone immaginano che sia possibile semplicemente catturare un delfino, sollevarlo su una barca, rimuovere il corpo estraneo e lasciarlo andare», ha dichiarato il dott. Tilen Genov, autore principale dello studio. «Purtroppo, con i delfini selvatici le cose non sono così semplici. Si tratta di animali grandi, pesanti e agili, che si immergono e non si lasciano catturare facilmente. Inoltre, sono molto diversi dai mammiferi terrestri, il che complica molte procedure che altrimenti funzionerebbero sugli animali terrestri. Ad esempio, non è possibile sedare i delfini, e vi è anche il rischio della cosiddetta miopatia da cattura, in cui l’animale può morire a causa di una risposta acuta allo stress. Qualsiasi misura deve quindi essere valutata con estrema attenzione», ha aggiunto.
«L’animale era in ottime condizioni corporee», ha affermato il coautore dello studio, il dott. Tomislav Paller dell’Istituto Nazionale Veterinario, che ha condotto la necroscopia. «A eccezione delle lesioni direttamente correlate alla rete, l’animale era sano e in buone condizioni, compresi gli organi interni, e si nutriva con successo».
«È estremamente difficile valutare lo stato di salute o la prognosi di un animale in natura. Tuttavia, la necroscopia ha dimostrato che la nostra valutazione iniziale era corretta e che l’animale aveva ottime possibilità di sopravvivenza. Purtroppo, il secondo incontro con una rete non ha avuto un esito favorevole, ma le evidenze suggeriscono che si sia trattato di un evento indipendente dal primo», ha aggiunto il dott. Genov.
Il ruolo dei pescatori
Gli autori hanno sottolineato che la collaborazione dei pescatori locali è stata fondamentale per questo studio, poiché sono stati proprio i pescatori a informare i ricercatori del delfino catturato e a riportarlo in porto. Ciò ha fornito informazioni cruciali sull’evento, che altrimenti non sarebbero state disponibili.
«Abbiamo un rapporto di lunga data e di reciproca fiducia con i pescatori», ha dichiarato il dott. Genov. «Invece di rigettare l’animale in mare, come avviene comunemente in molte parti del mondo, i pescatori di Pirano lo hanno portato da noi, permettendoci di trarne insegnamento. Forse la sua morte non è stata del tutto vana».
Tutti i dati indicano che il delfino non è rimasto impigliato nella rete mentre si nutriva dei pesci già catturati dall’attrezzo da pesca, ma che l’intrappolamento è stato probabilmente il risultato di curiosità, disattenzione, inesperienza o di una combinazione di questi fattori.
Un caso triste ma istruttivo
Questo studio rappresenta un raro esempio, su scala globale, di un’analisi approfondita dei meccanismi e delle conseguenze dell’intrappolamento nelle reti da pesca. Raramente gli scienziati hanno l’opportunità di combinare osservazioni su animali vivi con esami post-mortem dettagliati. Lo studio solleva importanti interrogativi su quando e come intervenire e dimostra chiaramente la necessità di decisioni ponderate e specifiche per ciascun caso in merito agli interventi. I risultati di questo caso hanno inoltre contribuito allo sviluppo di linee guida globali per l’azione in caso di intrappolamento dei delfini nelle reti da pesca. Gli autori sottolineano che anche la decisione di «non intervenire» (monitorando comunque la situazione) rappresenta una decisione legittima. Nonostante l’esito triste, i ricercatori auspicano che queste conclusioni contribuiscano in futuro a una migliore comprensione e prevenzione di tali eventi, in cui sarà fondamentale sapere cosa fare e cosa evitare.
Lo studio è disponibile QUI (o su richiesta via e-mail).